Il vocabolo “rosso” è sicuramente uno dei più vecchi in
quanto sembra che la prima percezione dei colori degli uomini sia stata
associata al corpo: il sangue e le escrezioni corporee furono tra le prime cose
alle quali si attribuì un nome.
Differentemente dal giallo, che si irradia, e dall’azzurro,
che si racchiude, il rosso si colloca a metà strada; è costante, invade lo
spazio uniformemente. Indica inoltre voglia di vincere, impulso, vita, energia,
rivoluzione, azione, lotta, competizione, esplosione, furore, violenza,
aggressività e sicurezza di sé.
È associato all’allarme, dal semaforo agli stop, alle luci
che lampeggiano a segnalare qualche cosa di urgente.
Il rosso-fuoco, richiama calore, protezione, possibilità di
resistere alle intemperie, ma pure un aspetto spirituale e trasmutativo. Si
pensi al lavoro alchemico che si fondava sull’azione del fuoco, o ai riti
officiati che prevedono la fiamma purificatrice ed illuminante del fuoco. In
questo contesto il rosso-fuoco diviene archetipo dello spirito, del significato
che il sé ricerca, e della trasformazione personale.
Kandinsky, legò il rosso alla figura geometrica del quadrato
che, meglio di qualunque altra, rappresenta la stabilità e l’equilibrio di un
colore che racchiude in sé la forza centripeta e quella centrifuga. Alcuni
studi sperimentali hanno evidenziato le capacità quasi ipnotiche di questo
colore; posti davanti ad un muro rosso, i soggetti spesso ne erano soggiogati,
dominati, mentre altri si sentivano incitati, istigati.
A parte la cultura giapponese, che nella poesia lo celebra
come il colore della femminilità, il mondo ha sempre legato il rosso ad
entrambi i sessi. In compenso, è percentualmente il colore preferito dalle
donne. Il rosso femminile è il colore dell’anima, della libido, del cuore,
della scienza e della conoscenza esoterica.
Il rosso maschile è il colore della forza vitale,
dell’ardore, della bellezza, dell’impulsività ed è anche il colore guerriero
per eccellenza. Difatti, i guerrieri hanno sempre utilizzato la potenza e
l’aggressività del rosso sugli indumenti, sulle armi e sui tatuaggi.
Il rosso porpora, a causa della difficoltà dell’estrazione
della tinta dai molluschi, divenne ben presto il simbolo della ricchezza, al
punto che, ancora oggi, esso viene riservato alle caste sociali più elevate; lo
ritroviamo quindi nei paramenti delle incoronazioni regali, nel manto dei
cardinali e nella mantellina del Papa.
Paradossalmente, il rosso è sempre stato demonizzato dalla
Chiesa, perché considerato il colore della violenza e della distruzione; anche
bruciare una strega aveva a che fare con il simbolismo distruttivo (seppur
purificante) del rosso e, sempre per lo stesso motivo, nel Medioevo gli abiti
dei carnefici e dei condannati a morte erano scarlatti. Ma l’ostracismo della
Chiesa nei confronti di questo colore nasceva soprattutto dalla sua forte
componente erotica, ovviamente considerata perniciosa; la Dea Madre
diventa così la “Meretrice di Babilonia”, per apparire
nell’Apocalisse di Giovanni “bardata di porpora e scarlatto” e “traboccante dei
nauseabondi orrori e della sporcizia delle sue oscenità”. Può suggerire quindi
anche il lato oscuro, il rosso del fuoco degli inferi, il diavolo e tutte le
pulsioni ed i segni considerati diabolici (si pensi alle macchie rosse dette
voglie di vino, o ai capelli rossi che in passato venivano considerati sicuro
indizio di stregoneria).
L’ampio spettro dei toni del rosso permette una “mappatura”
degli stati emotivi che questo colore riesce a produrre: il porpora infonde un
timore reverenziale, allo scarlatto si associa la furia creatrice-distruttiva,
mentre il carminio suggerisce sentimenti di passione amorosa, il rosso intenso
del sangue, invece, nasconde una inquietante ambivalenza: contenuto, è il succo
della vita, versato, significa morte.
(Storia e
teoria del colore, Università di Ferrara, www.unife.it)
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